Lettori fissi

domenica 12 dicembre 2010

L'uomo del vento

Accarezzando piano il gattino si faceva coraggio e guardava da sotto la testa abbassata lo Straniero. Era un uomo grande, vestito di pelli di pecora che lo coprivano fino ai piedi, i lunghi peli neri, a ciuffi, che si sollevavano e si abbassavano seguendo i suoi movimenti. Il lungo bastone a cui si appoggiava sembrava una quercia e il capo del loro villaggio un bambino accanto a un monte.
Il gattino faceva le fusa e questo le diede il coraggio di fare un passo avanti: il mantello di quell'uomo la affascinava e la intimoriva insieme. Il colore nero della lana, profondo come il cielo senza luna, le dava le vertigini come quando, nella notte sacra, insieme alle altre bambine doveva cantare vicino al pozzo, per chiamare la dea luminosa, per chiederle di tornare a brillare nell'acqua in cui poi immergevano le mani. A volte pensava che forse la luna non sarebbe tornata e aspettava con ansia il momento in cui la prima sottilissima falce ricompariva. Non l'aveva mai detto a nessuno ma si immaginava che la dea, in quei giorni, andasse a trovare i morti e da lì ritornasse, stanca, a prendere il bagno con loro, nel pozzo sacro, seduta sull'ultimo gradino.
Un altro passetto la portò dietro l'uomo delle montagne: stranamente il mantello si muoveva. Ondeggiava leggermente, come mosso dal vento, anche se intorno l'aria era calma. Il gattino ronfava, con gli occhi socchiusi, il pelo morbido che si piegava al vento intorno allo straniero.
L'uomo si girò, la vide. In quel momento la porta tra i due mondi, l'eterno limite in cui lui si muoveva si chiuse. Il vento cessò, la dea sorrise, pallida nel cielo terso del giorno, riconoscendo la sua nuova Figlia nella bambina dagli occhi chiari, uno azzurro e uno verde, come quelli del gattino che aveva in braccio.



Nessun commento:

Posta un commento